domenica 26 ottobre 2008
L'eleganza della grammatica
domenica 12 ottobre 2008
Neologismi e "tronismi" grammaticali
Grazie allo spunto di un “anonimo” lettore del blog, mi soffermo su alcune interessanti questioni linguistico-grammaticali, che meriterebbero comunque ulteriori approfondimenti. In primo luogo, i neologismi: è vero che molti di essi sono orribili e che vanno cassati dal vocabolario dell’italiano? Il compito del linguista è quello di descrivere ciò che esiste, ciò che potrebbe esistere e anche ciò che non può e non potrà mai esistere nella lingua italiana. Il buon linguista non dovrebbe mai esprimere giudizi di valore su una o su un’altra parola: deve analizzare tutto ciò che fa parte del mondo-lingua e spiegare perché può essere accolto o meno in esso.
Ben diverso è il caso di pò con l’accento. Usata al posto del corretto po’, non è una forma grammaticale, poiché non rispetta le norme condivise dell’ortografia dell’italiano: si tratta di apocope sillabica di poco (in parole povere: poco che ha perso una sillaba), e in questo caso l’apocope viene indicata con il segno dell’apostrofo. I altri casi non viene proprio indicata (qual è). Indicarla con l’accento non è dunque accettabile, anche se così viene scritto da molti. Per questo non entrerà mai nella lingua italiana: nessun grammatico le conferirà la cittadinanza onoraria nella nostra lingua. Al limite, e analogamente a forme come qual è, come prospetta Serianni nella sua Grammatica (Torino, Utet, 1989, p. 82), si potrebbe eliminare del tutto l’apostrofo: po. Per completezza, ricordo che la forma pò è attestata sin nell’italiano antico, ma come terza persona dell’indicativo presente del verbo potere: egli pò. In questo caso si tratta di una contrazione (sincope) della forma può (nella quale cade la lettera centrale). Se usata con questa accezione, potrebbe essere accolta persino oggi, anche se sarebbe connotata come forma decisamente arcaica. Va da sé che inorridisco quando esigenze di economia linguistica (risparmiare un carattere negli SMS) dettano legge e fanno sì che usi errati vengano accolti da un numero sempre crescente di neo-scriventi del terzo millennio.
Quanto al ruolo dell’insegnante, il discorso si farebbe lungo e complesso: in estrema sintesi, egli deve ergersi a paladino dell’italica lingua, senza diventare però pedante e purista. Deve insegnare a usare le parole appropriate alla situazione comunicativa d’uso e – perché no? – deve trasmettere ai suoi allievi il gusto per una lingua elegante e insieme creativa. Non può arrogarsi il diritto di epurare la lingua dalle forme che non gli piacciono, ma può far capire che alcune parole sono più belle di altre. E lo può fare solo se ama la sua lingua e i suoi allievi, al di là delle norme grammaticali, dei tronisti e dei vocabolari.
Il sugo del discorso è che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio: la lingua italiana è cosa meravigliosamente complessa, e va considerata in tutte le sue possibili sfaccettature. Rallegriamoci ed esultiamo, perché si tratta di una lingua viva, espressiva e che non smetterà mai di stupirci. Ben vengano i neologismi, siano essi destinati a lunga vita o a un breve ed effimero palpito destinato a non lasciare traccia del suo transito terreno. Preoccupiamoci semmai, non per essere puristi ma per un po’ di sano buon gusto e amor patrio, dell’uso di parole straniere quando sono presenti le medesime parole nella lingua nostra(na). Ma è argomento per altri “post” (ahi, cosa ho fatto!).