giovedì 21 agosto 2008

Sei laureato? Vuoi insegnare? Scordatelo, da noi (per ora) non lo puoi fare!

Per iniziare, ecco il testo del Disegno di legge appena approvato dalla Camera dei Deputati che sospende l'avvio dei corsi delle Scuole di Specializzazione per la formazione degli insegnanti del settore secondario (SISS):
4-ter. Le procedure per l’accesso alle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario attivate presso le università sono sospese per l’anno accademico 2008-2009 e fino al completamento degli adempimenti di cui alle lettere a) ed e) del comma 4.
In altre parole, ciò significa che per l'anno accademico entrante i giovani laureati italiani che hanno intenzione di diventare insegnanti non lo potranno fare, perché non esisteranno più le scuole dove poter ottenere l'abilitazione. Almeno, non per il momento. Coloro i quali hanno iniziato le SISS l'anno passato potranno portare a termine il II anno e ottenere l'abilitazione, ma un nuovo primo anno non partirà.

Sarà questa la soluzione ai problemi della scuola italiana? Difficile rispondere, anche perché è evidente che qualcosa andava fatto. La scelta, però, appare ampiamente discutibile, e mina forse irreparabilmente la credibilità di una Scuola (quella di specializzazione, appunto) che già viveva su precari equilibri ed era oggetto di critiche (molto spesso giustificate) provenienti da più direzioni. Per non dire di quali effetti essa possa avere sulla credibilità dell'istituzione scolastica in senso lato. Se la formazione degli insegnanti fosse stata una questione a cuore di tutti, probabilmente non si sarebbe arrivati a una soluzione di questo tipo.

Cerco di capire, ma non ci riesco. Il problema di fondo pare essere la mancanza di fondi (scusate il gioco di parole): per questo si affonda! Nei prossimi anni molti docenti del secondario andranno in pensione. Viene naturale pensare che questi vadano sostituiti dalle nuove leve, uscite dalle SISS. Niente affatto: non ci sono i soldi per pagarle. Dunque, il numero di docenti deve diminuire. Soluzione: tagliamo il problema alla radice, cioè impediamo ai giovani di abilitarsi. Una barzelletta? Una interpretazione idiota, che mi è sbucata nel cervello dopo aver battuto il cranio salendo le scale di casa? Me lo auguro con tutto il cuore, ma ho il timore che più di un filo di verità ci sia (e non ricordo nemmeno di averlo battuto, il cranio). Come dire: sei un promettente calciatore? Hai talento? Le squadre, però, non hanno i soldi per pagarti (succederà presto anche questo)? Allora ti tagliamo una gamba, così puoi dedicarti ad altro, con il cuore in pace. Forse non è il caso d scherzare, ma ridere (istericamente) a volte è un buon rimedio all'incredulità dell'assurdo. Dunque aspettiamo fiduciosi che il Governo partorisca un altro topolino: magari una nuova procedura che permetta ai bravi laureati di inseguire il loro sogno: nuovi concorsi? prove di assunzione? esami di abilitazione senza formazione preventiva? tutto va bene, purché qualcosa si faccia.

La cosa che dà più fastidio è che un giovane laureato, ma anche un neo abilitato sissino, da tutto ciò potrebbe legittimamente pensare di essere preso in giro. Da chi o da che cosa, meglio non sapere. Ebbene, egli ha tutta la mia solidarietà. Come (ex?) docente SISS, ho anch'io l'impressione che ci sia sotto qualcosa di tremendamente marcio, putrescente, fetido, per non dire di peggio. Se la formazione degli insegnanti è una necessità, perché trattarla così? Io vorrei proprio credere che le SISS siano state create per esigenze formative reali, per rispondere a principi pedagogici di alto spessore, per migliorare la qualità della vita dei nostri ragazzi, che meritano di essere educati da persone competenti, sensibili e preparate. Di fronte a tutto ciò, la mia voglia di credere subisce dei colpi tremendi, vacilla e rischia di cadere, di trasformarsi in mera illusione. Non vorrei mai arrivare a pensare che dietro la formazione degli insegnanti italiani vi siano solo interessi politici ed economici. E poi ci sono dei tarli che mi rodono le pareti interne del cranio e che ogni tanto fanno capolino, come questo, che dice: "Lo sai che i docenti italiani che entrano in servizio sono i più vecchi d'Europa? lo sai che iniziano a lavorare tardi, ma molto tardi? lo sai che lo Stato non ha più fondi (o fondo)? sei capace di fare due più due?". Presto, datemi una dose di liquido antitarlo! Come si può ascoltare baggianate tanto colossali?

Aspetto, come molti altri, risposte. Di certo la SISS andava riformata, aggiustata, resa più coerente con le esigenze dei giovani desiderosi di insegnare. Troppo spesso essa si è rivelata un doppione dell'Università, poco utile alla crescita formativa di un futuro docente. Ma qualcosa di buono ha fatto, grazie agli sforzi di chi ha cercato di muoversi proprio in quella direzione, combattendo contro la legittima diffidenza di chi la frequenta e l'ha frequentata senza capirne il perché. In realtà, di motivi validi ce ne sono tanti: si trovano nella pedagogia come nella didattica. Non tutti però hanno avuto il coreggio di affrontarli, di discuterli e di sostenerli.

E ora, per risolvere il problema, la SISS è stata momentaneamente uccisa. Come un malato con un morbo per il quale non si trova la cura: ammazziamolo, che problema c'è?

venerdì 15 agosto 2008

Il funambolo della parola

Da una recente lettura, senza commento:

"Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l'ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all'altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell'immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola."

Maxence Fermine, Neve (1999)

mercoledì 13 agosto 2008

Errore o scelta stilistica? Sulla trascuratezza della lingua di Internet

Partiamo da una verità lapalissiana: un errore di ortografia è sempre e comunque un errore. Sembra banale, come inizio, ma non lo è. Nell'era di Internet, pare che l'ortografia (e limito le mie considerazioni alla lingua italiana, ma anche gli amici francesi ne sanno qualcosa) sia un'entità ingombrante quanto bistrattata, forse sconosciuta ai più. Bazzicando per forum, chat, siti e tanto altro ancora, ci si imbatte in una quantità di orrori (non è un lapsus) linguistici impressionante.

Non ci credete?

Provate a fare un rapido calcolo statistico: consultate un forum di discussione o introducetevi in una chat e state a vedere. Quanti sono gli utenti che scrivono po' e quanti quelli che scrivono ?

Se le cose non sono cambiate nel breve volgere della lettura di questo messaggio, prevalgono i secondi, senza dubbio. Cioè prevalgono gli utenti che, per scelta o per noncuranza, commettono un errore ortografico. Per scelta? No, non credo proprio. Nel caso specifico di po', l'unico motivo per cui uno scrivente potrebbe scegliere di mettere un accento al posto dell'apostrofo è di natura economica: per risparmiare spazio (un carattere) e fatica (quella che ci vuole a premere il dito sul tasto corrispondente all'apostrofo). In questo modo, però, si dà via libera alla trascuratezza linguistica (ma sarà solo linguistica?). La cura formale del discorso richiede fatica, è vero, ma mi sia lecito ricordare che quasi tutte le cose belle ne richiedono tanta. E alla fine la fatica ripaga, in termini di qualità (della lingua, come della vita).

Forse anche da queste piccole cose (un apostrofo al posto di un accento) passa l'educazione delle nuove generazioni, alle quali dobbiamo insegnare che il T9 che li aiuta a scrivere veloci sul telefonino non è il migliore degli insegnanti possibili (così come non lo è il correttore automatico dei programmi di videoscrittura), perché è ottuso come pochi, scansafatiche come pochissimi, e non stimola la riflessione metalinguistica, che è uno dei motori della crescita del nostro cervello.

Sulla lingua di Internet, sulla sua trascuratezza e sulle scelte stilistiche c'è molto altro da dire. Per ora, questo "post" (parola che scrivo con la punta delle dita e un po' di disgusto), sia solo un assaggio.

I buoni propositi e le regole per gestire male un blog

Tempo fa (venerdì 21 marzo 2008), scrivevo che uno dei primi problemi che deve affrontare chi vuole aprire un blog è il titolo da dare allo stesso. Vero, ma assai limitativo come quadro iniziale. Il problema reale è, una volta creato il blog, gestirlo in modo efficace, per renderlo visibile, eventualmente apprezzato e, soprattutto, vivo. Sono tanti i blog che nascono e si trascinano con una pseudo esistenza insipida ed evanescente. Il mio, per ora, non fa eccezione a questo scenario desolato: sei contributi negli ultimi 6 mesi.

Questo lo stato dei fatti.

Ora, i buoni propositi: scrivere almeno un pezzo (un po' di linguaggio giornalistico non fa mai male) alla settimana, ergo quattro al mese, ergo cinquantadue all'anno. Ritengo che questa sia la condizione minima per garantire una sopravvivenza accettabile al proprio spazio di confronto sul web. Perché il buon proposito si concretizzi, alcuni ingredienti sono indispensabili: 1. volontà; 2. idee; 3 qualcosa di intelligente da dire sulle idee trovate; 4. tempo.

Appuntamento, dunque, su queste pagine, fra sette giorni o giù di lì.