lunedì 19 maggio 2008

Ibracadabra e i fantasmi che se ne vanno

Parma, stadio Tardini, domenica 18 maggio 2008. Parma-Inter, ultima giornata del campionato 2007/2008. È il 16° minuto del secondo tempo. Ibrahimovic, entrato da una manciata di minuti, prende palla e avanza verso la porta avversaria, carica il tiro e scarica in rete con precisione millimetrica un goal che scaccia i fantasmi di un passato ancora troppo presente nei cuori nerazzurri. Il passato di quel drammatico 5 maggio del 2002, quando lo scudetto andò in fumo in maniera inspiegabile all’ultima giornata di un campionato condotto sempre in testa, quando a tenerci a galla furono le magie calcistiche di quell’ex fenomeno di Ronaldo, diventato in uno schiocco delle dita da eroe a traditore. L’urlo liberatorio è quello di chi ha visto ancora l’ombra di quello spettro e non ci crede quasi, a vederlo fuggire nel cielo calciato dai piedi di Ibra.

È lo scudetto degli interisti, il sedicesimo della nostra storia. Uno scudetto che diventa il simbolo di un modo di essere e di vivere il calcio. In perenne contraddizione, sempre con il mugugno pronto, sempre lì a vedere il bicchiere mezzo vuoto e a gioire a metà, pensando a disgrazie future e ignorando troppo spesso tutto ciò che non è stato. È lo scudetto di Mancini (sì, anch’io sto con Mancini). Un tecnico che ha assorbito le critiche, qualche volta gli insulti, di tutti quegli interisti un po’ miopi – e sono tanti – che non si ricordano quanti anni abbiamo passato a “rosicare” alle spalle di maglie a strisce rosso-bianco-nere, sempre vicini alla vetta, con i migliori allenatori, ma sempre incapaci di fare l’ultimo passo. Un tecnico che ha vinto diciamo pure 2+1 scudetti consecutivi, come nessuno prima di lui, sopportando a denti stretti e con quel suo sguardo triste e ironico insieme le bizze di un presidente tifoso e di un ambiente di fuoco. Un regista che ha saputo gestire uno spogliatoio di primedonne stizzose, sempre pronte al facile “vaffa” e a fulminarlo sul campo e anche fuori. È lo scudetto del presidente, con quella sua espressione milanese tirata e quella volontà di ferro di non smettere mai i panni del tifoso, con quel suo amore smisurato per la poesia del pallone (da Ronaldo a Recoba, da Baggio a Figo e Ibrahimovic, passando per Adriano) che a volte non gli permette di vedere al di là della nebbia fumosa di San Siro d’inverno. È lo scudetto del capitano, oh sì, di uno dei più grandi capitani della nostra storia. Xavier Zanetti e la sua corsa forsennata dopo il goal più importante della stagione, quello del pareggio in extremis contro la Roma, al Meazza. Quel tiro preciso e potente che è diventato il simbolo del tricolore, nel momento in cui la Roma avrebbe potuto affondarci ma non ci è riuscita (e poi loro a dire che l’Inter è stata aiutata). Un capitano d’altri tempi, un grande campione, l’unico capace di ingoiare zollette di fiele per anni e di rialzare sempre la testa, ogni stagione più forte di prima e con i capelli sempre ben pettinati. È lo scudetto del colosso Maicon, un gregario arrivato in silenzio che si è trasformato in una potenza della natura, il terzino d’attacco più forte che la San Siro nerazzurra abbia visto almeno dai tempi di Brehme. È lo scudetto di Cambiasso e Vieria, panna e cioccolato, una delle migliori coppie centrali degli ultimi tempi. È lo scudetto degli infortunati, Cordoba e Samuel su tutti, che qualcuno dimentica di citare quando parla dei punti persi nel girone di ritorno. È lo scudetto di una squadra che ha visto le sue sorti subire un brusco manrovescio la notte di Liverpool, quando “Cafè Colombia”, Ivan Ramiro Cordoba, dopo aver respinto l’ennesimo assalto dei Reds si è accasciato al suolo con un ginocchio strappato, e loro ci hanno infilati due volte in pochi minuti. E tutti a dire che l’Inter in Europa non vincerà mai. È lo scudetto di Materazzi, uomo-bambino che ha rischiato di mandare in fumo un campionato per la volontà di dedicare alla mamma perduta in tenera età il rigore dello scudetto, contro tutto e contro tutti, l’uomo-bambino campione del mondo che si è rialzato e ha respinto gli assalti di un Parma indiavolato alle ultime gocce di salvezza. È lo scudetto di tutti, insomma. Dai giocatori ai tifosi e anche ai gufi, che fino all’ultimo hanno sperato di vederci piangere ancora una volta, atterriti da quel fantasma che ci perseguitava.

Già, perché ora il fantasma non c’è più, e possiamo camminare più tranquilli verso il futuro. Almeno fino alla prossima contraddizione, al prossimo giro del destino (Mancini va o resta? Moratti che fa?). Ma ci sarà sempre una magia a risolvere le cose. Come l’Ibracadabra del 18 maggio del 2008, al minuto 16° del secondo tempo, allo scudetto 16° della storia nerazzurra. La poesia del calcio è questa. La faccia antipatica di uno spilungone che con la palla canta, che con i piedi incanta. “Torno e sistemo tutto io” aveva detto una settimana fa. È tornato dalla Svezia e ha mantenuto la promessa, lo “zingaro”. Ha segnato due goal in 16 minuti. Alla faccia di chi gli rimprovera di mancare sempre le partite importanti. Noi abbiamo cent’anni e non cambieremo mai. Malinconici e mugugnanti, interisti tristi e contenti.

venerdì 2 maggio 2008

Un caso di trasparente idiozia

Qualcuno ha avuto il coraggio di chiamarlo un evidente segnale di "democrazia trasparente". Per me, invece, si dovrebbe parlare di un preoccupante caso di vera, nostrana, "idiozia trasparente".

La pubblicazione, nella memorabile data del 30 aprile 2008 (da segnare in rosso negli annali), dei redditi degli italiani sul sito dell'Agenzia delle Entrate ha scatenato, giustamente, un putiferio. Per alcune ore chiunque ha potuto curiosare (legittimamente, viene da dire) nel portafoglio del vicino, del nemico, del superiore o della star di turno. I nostri redditi da qualche giorno viaggiano infatti liberi nell'incontrollabile traffico della rete: poco importa che il Garante abbia opportunamente bloccato il sito origine del grande misfatto, perché nei circuiti peer-to-peer tutto è ancora visibile e consultabile. E in bocca al lupo ai maghi della Polizia Postale; non li invidio davvero.

Le conseguenze di tale brillante iniziativa, l'hanno detto in tanti, potrebbero essere assai spiacevoli: un incentivo agli intenti malavitosi, un carburante efficace per accendere invidie e pettegolezzi, un'occasione per denigrare il prossimo e quanto altro di peggio si possa immaginare. Se pensiamo che da qualche anno siamo costretti a firmare autorizzazioni scritte a tutela della privacy anche se si tratta soltanto di emettere un rutto, il paradosso appare di dimensioni davvero colossali. Possibile che si arrivi a tanto? Ma un po' di sano senso civico, di responsabilità etica nei confronti di chi si comporta - o cerca di comportarsi - da cittadino onesto, pagando le tasse e cercando di arrivare sereno alla fine del mese, non esiste più? Resto sbalordito, incredulo, non trovo nemmeno più gli aggettivi. E quando sento dire che non si tratta di una novità, perché nei Comuni italiani chiunque poteva già in passato accedere a tali dati (che mi permetto di definire "sensibili"), mi viene il dubbio che le autorità (con la minuscola, volutamente) che hanno deciso ciò non siano poi molto al passo coi tempi: è vero, nei Comuni si potevano consultare anche prima, ma 1) si era (e si è) obbligati a lasciare una traccia del proprio passaggio, comunicando le proprie generalità e 2) Internet è una cosa un pochino diversa, se l'informatica non è un'opinione.

Insomma, non riesco a togliermi dalla mente questa bella cosa italiana. Spero solo che questa volta chi ha sbagliato paghi, e che non si debba tornare a parlare troppo spesso di "idiozia trasparente". Almeno, non a questi livelli.