giovedì 27 marzo 2008

Modelli educativi da 110 e lode

Che cosa hanno in comune Garlasco, Erba, Cogne, Novi Ligure & C.? Tra le tante risposte possibili, alcune delle quali scontate e banali (prima fra tutte: toponimi assurti agli onori della cronaca per fatti non edificanti accaduti negli ultimi mesi o anni di vicende italiane), vorrei formularne una, che poche volte mi è capitato di sentire, ma le cui implicazioni mi stanno particolarmente a cuore, considerata la mia non estreneità ai temi della formazione e dell'educazione. La risposta è la seguente: tutti questi luoghi - e i fatti ad essi correlati - hanno "prodotto" una serie di modelli mediatici che sono ormai costantemente sotto gli occhi di tutti (bambini, adulti, anziani, lettori di giornali, telespettatori, radioascoltatori, naviganti nella rete, frequentatori di chat, forum, bar e luoghi di incontro più o meno virtuali, ecc.). Questo è il dato comune. Questo è il dato su cui riflettere.

Non mi addentro in questioni di più o meno manifesta e comprovata colpevolezza o di presunta innocenza, bensì sulle possibili implicazioni della diffusione di informazioni e notizie che hanno per protagonisti i personaggi coinvolti in queste vicende e che vanno oltre le vicende stesse (cioè che non riguardano l'essenza della cronaca dei fatti, delle indagini e dei processi). Mi riferisco a notizie che derivano sì dal nucleo centrale della vicenda (giacché, senza questo nucleo centrale, non avrebbero motivo di esistere), ma che, a conti fatti, non aggiungono nulla per capire meglio che cosa è successo. Cito, a titolo di esempio e senza riferimenti diretti (chi conosce le cronache, può agevolmente ricostruire i riferimenti; io detesto accodarmi a chi menziona nomi e cognomi col solo risultato di accrescerne fama e notorietà): il fumetto che è stato tratto dalla strage n. 1, con protagonisti gli assassini A e B; il codice deontologico creato a partire dalle parole del presunto omicida C; la linea di abbigliamento sponsorizzata dal pirata della strada D, ubriaco, senza patente e uccisore di N innocenti pedoni; la partecipazione a show televisivi e a interviste del condannato E; la laurea con 110 e lode dell'indagato F; e potrei continuare, ma per sopraggiunto limite di disgusto, preferisco fermarmi qui.

Un'analisi approfondita delle implicazioni della diffusione di tali notizie richiederebbe molto tempo e spazio; per questo, mi limito alle prime considerazioni che alimentano il mio tormento: il messaggio che ricavo - io, povero ingenuo e semplice cittadino - è che, al giorno d'oggi, per far parlare di me, forse forse non è così importante che mi comporti bene e che svolga i miei doveri di cittadino con coscienza e dedizione. Posso anche farlo, ma forse forse prima è meglio che commetta qualche nefandezza, per non dire qualche efferato delitto. Insomma, devo mettermi in luce per i miei demeriti, affinché la società - e i mass-media in primo luogo - mi elevino a modello di comportamento. Già, perché se A, B, C, D, E, F e compagnia bella, nonostante o in virtù dei loro provati o presunti delitti sono diventati famosi (pubblicano libri, vanno in tv, occupano le prime pagine di riviste e quotidiani, ricevono proposte di contratti milionari e tanto altro ancora), è ragionevole supporre che possa capitare altrettanto a me, e chissenefrega se la pedina penale non sarà più così tanto pulita!

Il rischio è enorme. Forse è ora che qualcuno se ne accorga e che incominci ad alzare la voce, o anche solo a proporre veri modelli di riferimento, positivi e puliti.

Il mio ideale politico e sociale (e non c'entrano nulla destra e sinistra) è la meritocrazia. Forse per questo mi scandalizzo tanto, mi stravolgo dall'incredulità e dall'impotenza, di fronte a simili spettacoli. Già, perché mi sembra di vivere immerso in una demeritocrazia, nuova forma politica allettante per molti, ma non per tutti (per fortuna). Bisogna fare appello al proprio senso civico e morale, bisogna avere principi etici di una saldezza incrollabile, per continuare a credere che il bene sia il fine ultimo dell'essere umano e del vivere civile, per sopportare queste cose e per credere in un domani migliore. Sarà sempre più difficile e fonte di lacrime e sangue, infatti, educare al bene i bambini e ragazzi che, davanti agli occhi, non avranno più esempi positivi e illuminanti, ma solo modelli educativi di questo tipo. Modelli da 110 e lode.

sabato 22 marzo 2008

La lingua italiana e l'acqua minerale

Anche un'etichetta su una bottiglia di acqua minerale può prestarsi a interessanti riflessioni di natura linguistica. Qualche tempo fa, mentre versavo dell'acqua in un bicchiere, mi soffermai per caso sulle parole apposte sull'etichetta (non dirò la marca, ma su tutte le bottiglie in commercio in Italia la medesima scritta è presente). Staccai l'etichetta e la conservai. Le parole, che leggo con sconcertato stupore ancora oggi, sono le seguenti:

L'allattamento al seno è da
preferire, nei casi ove ciò non sia
possibile, questa acqua minerale
è indicata per la preparazione
degli alimenti dei neonati.
Indicata nell'alimentazione
dei neonati.


Sotto la scritta, in caratteri molti piccoli, si legge "Decreto Min. Sanità n. 3682 del 29/03/2006". Sono andato a controllare il testo del decreto (uso la minuscola, perché non mi sembra meritare particolare reverenza), ed è efettivamente formulato così. Ora, lasciando perdere il discorso sugli a capo, legati a esigenze grafiche di impaginazione sull'angusto spazio dell'etichetta, proviamo ad analizzare la struttura linguistica di questo breve testo. In primo luogo, è davvero impossibile non notare la ridondanza del messaggio conclusivo: la frase "Indicata nell'alimentazione dei neonati" ripete il concetto appena espresso, sintetizzandolo (5 parole contro le 8 di "indicata per la preparazione degli alimenti dei neonati"); ma si tratta, appunto, di una sintesi ridondante, cioè del contrario di ciò che dovrebbe essere una vera sintesi. Viene da chiedersi se chi ha rivisto il testo sia stato un po' disattento. Ma, soprattutto, viene da chiedersi se questo fantomatico personaggio conosca la punteggiatura e il suo miglior uso. Se leggiamo il testo dall'inizio, appare evidente come la prima virgola sia per lo meno fuori luogo, perché compromette l'efficacia comunicativa della frase seguente, che potrebbe portare a un'interpretazione di questo tipo: "L'allattamento al seno è da preferire, nei casi ove ciò non sia possibile": un vero paradosso. Il testo tornerebbe perfettamente comunicativo e strutturato sostituendo quella prima virgola con un punto. Meglio ancora (ma forse è chiedere troppo), con un bel punto e virgola. Sistemando punteggiatura e ridondanza, proporrei dunque al Ministero della Sanità di correggere questo passo del decreto (che obbliga i produttori di acqua minerale ad apporre la scritta sulle loro bottiglie) così:

L'allattamento al seno è da preferire; nei casi ove ciò non sia possibile,
questa acqua minerale è indicata per la preparazione degli alimenti dei neonati.


In questo modo si accontenterebbero almeno tre categorie di individui: i produttori di acqua minerale, che potrebbero risparmiare un po' di spazio sulle etichette, per messaggi più colorati ed efficaci in termini di mercato; i bevitori di acqua minerale che si divertono a leggere quanto è scritto sulle etichette (non molti, a dire il vero, ma alzi la mano chi non l'ha mai fatto almeno una volta nella vita); gli amanti della nostra splendida (e bistrattata) lingua. Quelli che, come il sottoscritto, non capiscono perché ci si debba complicare la vita, arzigogolando sulla lingua al solo scopo di renderla più "burocratica" e anti-comunicativa.


venerdì 21 marzo 2008

Di pensieri, parole e passioni

Il primo problema che un neo blogger deve affrontare quando decide di aprire uno spazio personale sul web è il titolo. Quale titolo dare al proprio blog? Può sembrare un problema banale, ma vi assicuro che lo è solo in apparenza. Il titolo dovrebbe riflettere il carattere del blog, i suoi contenuti, le intenzioni comunicative del suo creatore. Se così fosse, la definizione del titolo dovrebbe essere solo il punto di approdo di una riflessione preliminare volta a individuare il senso stesso del blog: perché aprirlo? perché sentire la necessità di incrementare il numero sterminato di pagine web con un nuovo spazio bianco ancora da riempire?

Le risposte, probabilmente, sono molte. A me ne viene in mente una: scrivere è uno dei modi più belli per esprimere se stessi. Internet offre nuove e molteplici occasioni di scrittura. E, siccome scrivere è un po' pensare, Internet offre molteplici occasioni di pensiero. Ho deciso di raccogliere qui pensieri, parole e passioni che altrimenti sarebbero rimasti e rimarrebbero appunti svolazzanti e scollegati vagolanti sulla mia scrivania, in mezzo alle pagine di libri, tra fogli di lavoro e cartelle, appesi a supporti di ogni forma e materia, post-it della memoria e della dimenticanza. Su queste pagine troveranno spazio riflessioni di ogni tipo e su ogni argomento, che forse vale la pena di condividere o almeno di raccogliere per preservarle dall'oblio. Almeno fino al prossimo blackout della rete. Ecco dunque il motivo del titolo: di pensieri, parole e passioni.