Parma, stadio Tardini, domenica 18 maggio 2008. Parma-Inter, ultima giornata del campionato 2007/2008. È il 16° minuto del secondo tempo. Ibrahimovic, entrato da una manciata di minuti, prende palla e avanza verso la porta avversaria, carica il tiro e scarica in rete con precisione millimetrica un goal che scaccia i fantasmi di un passato ancora troppo presente nei cuori nerazzurri. Il passato di quel drammatico 5 maggio del 2002, quando lo scudetto andò in fumo in maniera inspiegabile all’ultima giornata di un campionato condotto sempre in testa, quando a tenerci a galla furono le magie calcistiche di quell’ex fenomeno di Ronaldo, diventato in uno schiocco delle dita da eroe a traditore. L’urlo liberatorio è quello di chi ha visto ancora l’ombra di quello spettro e non ci crede quasi, a vederlo fuggire nel cielo calciato dai piedi di Ibra.
È lo scudetto degli interisti, il sedicesimo della nostra storia. Uno scudetto che diventa il simbolo di un modo di essere e di vivere il calcio. In perenne contraddizione, sempre con il mugugno pronto, sempre lì a vedere il bicchiere mezzo vuoto e a gioire a metà, pensando a disgrazie future e ignorando troppo spesso tutto ciò che non è stato. È lo scudetto di Mancini (sì, anch’io sto con Mancini). Un tecnico che ha assorbito le critiche, qualche volta gli insulti, di tutti quegli interisti un po’ miopi – e sono tanti – che non si ricordano quanti anni abbiamo passato a “rosicare” alle spalle di maglie a strisce rosso-bianco-nere, sempre vicini alla vetta, con i migliori allenatori, ma sempre incapaci di fare l’ultimo passo. Un tecnico che ha vinto diciamo pure 2+1 scudetti consecutivi, come nessuno prima di lui, sopportando a denti stretti e con quel suo sguardo triste e ironico insieme le bizze di un presidente tifoso e di un ambiente di fuoco. Un regista che ha saputo gestire uno spogliatoio di primedonne stizzose, sempre pronte al facile “vaffa” e a fulminarlo sul campo e anche fuori. È lo scudetto del presidente, con quella sua espressione milanese tirata e quella volontà di ferro di non smettere mai i panni del tifoso, con quel suo amore smisurato per la poesia del pallone (da Ronaldo a Recoba, da Baggio a Figo e Ibrahimovic, passando per Adriano) che a volte non gli permette di vedere al di là della nebbia fumosa di San Siro d’inverno. È lo scudetto del capitano, oh sì, di uno dei più grandi capitani della nostra storia. Xavier Zanetti e la sua corsa forsennata dopo il goal più importante della stagione, quello del pareggio in extremis contro la Roma, al Meazza. Quel tiro preciso e potente che è diventato il simbolo del tricolore, nel momento in cui la Roma avrebbe potuto affondarci ma non ci è riuscita (e poi loro a dire che l’Inter è stata aiutata). Un capitano d’altri tempi, un grande campione, l’unico capace di ingoiare zollette di fiele per anni e di rialzare sempre la testa, ogni stagione più forte di prima e con i capelli sempre ben pettinati. È lo scudetto del colosso Maicon, un gregario arrivato in silenzio che si è trasformato in una potenza della natura, il terzino d’attacco più forte che la San Siro nerazzurra abbia visto almeno dai tempi di Brehme. È lo scudetto di Cambiasso e Vieria, panna e cioccolato, una delle migliori coppie centrali degli ultimi tempi. È lo scudetto degli infortunati, Cordoba e Samuel su tutti, che qualcuno dimentica di citare quando parla dei punti persi nel girone di ritorno. È lo scudetto di una squadra che ha visto le sue sorti subire un brusco manrovescio la notte di Liverpool, quando “Cafè Colombia”, Ivan Ramiro Cordoba, dopo aver respinto l’ennesimo assalto dei Reds si è accasciato al suolo con un ginocchio strappato, e loro ci hanno infilati due volte in pochi minuti. E tutti a dire che l’Inter in Europa non vincerà mai. È lo scudetto di Materazzi, uomo-bambino che ha rischiato di mandare in fumo un campionato per la volontà di dedicare alla mamma perduta in tenera età il rigore dello scudetto, contro tutto e contro tutti, l’uomo-bambino campione del mondo che si è rialzato e ha respinto gli assalti di un Parma indiavolato alle ultime gocce di salvezza. È lo scudetto di tutti, insomma. Dai giocatori ai tifosi e anche ai gufi, che fino all’ultimo hanno sperato di vederci piangere ancora una volta, atterriti da quel fantasma che ci perseguitava.
Già, perché ora il fantasma non c’è più, e possiamo camminare più tranquilli verso il futuro. Almeno fino alla prossima contraddizione, al prossimo giro del destino (Mancini va o resta? Moratti che fa?). Ma ci sarà sempre una magia a risolvere le cose. Come l’Ibracadabra del 18 maggio del 2008, al minuto 16° del secondo tempo, allo scudetto 16° della storia nerazzurra. La poesia del calcio è questa. La faccia antipatica di uno spilungone che con la palla canta, che con i piedi incanta. “Torno e sistemo tutto io” aveva detto una settimana fa. È tornato dalla Svezia e ha mantenuto la promessa, lo “zingaro”. Ha segnato due goal in 16 minuti. Alla faccia di chi gli rimprovera di mancare sempre le partite importanti. Noi abbiamo cent’anni e non cambieremo mai. Malinconici e mugugnanti, interisti tristi e contenti.
4 commenti (CLICCA QUI PER AGGIUNGERE UN COMMENTO):
Io aggiungere alla lunga serie di nomi ai quali viene attribuito lo scudetto, anche il nominativo della grande e unica vera squadra che ha conquistato per amore la metà dell'italiani (la restante metà la odia !): la Juve. Gloriosa squadra che senza un'ingiusta condanna (architettata da chi non vinceva mai niente, ma spendeva nella speranza effimera di combinare qualcosa) non avrebbe mai ceduto la sua perla svedese.
Questo scudetto (tralasciando il "saccheggio" perpetrato ai nostri danni degli altri due) è anche coperto da un grande manto bianconero.
Lo svedese, lo "zingaro", Ibracadabra era uno di noi. Le calunnie, la retrocessione, i soldi e infine il vergognoso "sacco di Torino" estivo guidato dalle truppe mercenarie di Milano, ci hanno tolto il nostro gladiatore (scoperto e fortemente voluto alla corte di Don Fabio da un piccolo ometto leggermente calvo, vestito sempre di nero e conosciuto unicamente come il capo della Cupola).
Oramai è proprio vero; i neroazzurri solo guidati da grandi bianconeri riescono a vincere !
O ci cacciate dalla serie A o vincete con i nostri campioni.
La morale rimane comunque sempre la stessa:
"non esite maniera
per negare la supremazia bianconera !"
Ciao
Andrea
Da Juventino non capisco come si possa ritenere la condanna ingiusta. Per quanto mi possa dispiacere aver visto la squadra che tifo in serie B, è niente in confronto alla vergogna di scoprire (anche se forse già sapevo la verità, ma sorvolo con leggerezza) che c'era una lobby che provava (se non riusciva) a pilotare l'esito dei campionati. Intendiamoci non si sarebbe potuto vincere senza una società seria e giocatori di alto livello. Ma proprio qui sta l'inghibbo, al contrario di chi comprava i giocatori grazie ai forti introiti petroliferi, la "cupola" lavorava attraverso agenti della Gea, ottenendo vantaggi personali e per la società di Torino. Si vuole accusare Moratti di spendere tanti soldi che altre società non hanno? E dove sta l'illecito? Non so l'età dell'anonimo, credo che sia giovane altrimenti ricorderebbe che anche la famiglia Agnelli operava in maniera simile. In quanto allo svedese era un giocatore della Juventus, come tanti altri.... tra i più vicini ricordiamo Inzaghi, per cui l'ultima Champions vinta dal Milan è da attribuirsi alla Juventus? E gli scudetti vinti dal Club bianconero con la difesa Cannavaro, Thuram, Buffon si devono attribuire al Parma? Sottolineo inoltre che nell'estate fatidica non è stato ceduto solo lo svedese, ma tutti i giocatori che per scelta personale o per esigenze di bilancio. Mi sembra di ricordare che mentre alcuni giocatori hanno manifestato maggior attaccamento alla maglia mentre altri, tra cui il giocatore in questione, avevano trovato già accordi più remunerativi.
Purtroppo, caro Andrea, l'invidia é una brutta bestia...
Belle parole e bei pensieri, complimenti.
Federico
E cmq..alla fine..sempre FORZA ROMAAAAAAAAAAAAAAAAAA !!!!!
:-))
Ciao Simo'--buone vacanze-
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