Grazie allo spunto di un “anonimo” lettore del blog, mi soffermo su alcune interessanti questioni linguistico-grammaticali, che meriterebbero comunque ulteriori approfondimenti. In primo luogo, i neologismi: è vero che molti di essi sono orribili e che vanno cassati dal vocabolario dell’italiano? Il compito del linguista è quello di descrivere ciò che esiste, ciò che potrebbe esistere e anche ciò che non può e non potrà mai esistere nella lingua italiana. Il buon linguista non dovrebbe mai esprimere giudizi di valore su una o su un’altra parola: deve analizzare tutto ciò che fa parte del mondo-lingua e spiegare perché può essere accolto o meno in esso.
I neologismi citati dall’anonimo lettore (sono sempre un po’ a disagio a interloquire con gli anonimi, perché uno scambio dialogico senza un volto verso il quale rivolgersi è qualcosa di inquietantemente artificioso), come tronista e sissino, sono costruiti secondo le regole della morfologia derivazionale dell’italiano: i suffissi -ista e -ino sono da tempo immemore alla base della formazione di innumerevoli vocaboli (mediante il meccanismo della suffissazione, ad esempio per piastrellista, pianista, slalomista, ciclista, cestista, leghista, fascista e ciellino, secondino, postino, libertino, sessantottino, missino e persino comodino), dunque sono perfettamente accettabili. Il linguista si dovrebbe fermare qui. Di conseguenza, se i suddetti vocaboli sono usati dai parlanti o dagli scriventi italiani, fanno (o entreranno presto a far) parte del vocabolario dell’uso; quindi, è normale e giusto che vengano (o verranno) registrati dai vari Zingarelli, De Mauro, Devoto-Oli, ecc. per il semplice motivo che questo è il compito di questi preziosi strumenti di consultazione (cartacea o elettronica): descrivere la lingua d’uso, in una data epoca e in una data lingua. Inutile, quindi, scandalizzarsi: possono non piacere, ma ci sono e seguono le norme della grammatica dell’italiano. Assai pericoloso, dal punto di vista etico, giudicare una persona per il solo fatto che li usa. Il tempo è l’unico giudice che sancirà l’obsolescenza del termine, la sua prematura scomparsa, oppure la sua persistenza e duratura vita nei secoli (molti neologismi compaiono nei dizionari dell’uso, per poi scomparire presto nelle edizioni seguenti). Detto ciò, se smetto i panni del linguista e del grammatico, e indosso quelli del formatore o anche del genitore, non posso che augurarmi che il tronista abbia vita breve (non solo il lemma, ma la specie di individuo mediatico che esso designa – non l’individuo in carne e ossa, intendiamoci), così come il gieffino, ma per motivi essenzialmente educativi e morali, non tanto linguistici; analogamente, mi auguro che il sissino sopravviva, per una questione anch’essa etica e formativa, e nonostante i piani del Ministro Gelmini.
Ben diverso è il caso di pò con l’accento. Usata al posto del corretto po’, non è una forma grammaticale, poiché non rispetta le norme condivise dell’ortografia dell’italiano: si tratta di apocope sillabica di poco (in parole povere: poco che ha perso una sillaba), e in questo caso l’apocope viene indicata con il segno dell’apostrofo. I altri casi non viene proprio indicata (qual è). Indicarla con l’accento non è dunque accettabile, anche se così viene scritto da molti. Per questo non entrerà mai nella lingua italiana: nessun grammatico le conferirà la cittadinanza onoraria nella nostra lingua. Al limite, e analogamente a forme come qual è, come prospetta Serianni nella sua Grammatica (Torino, Utet, 1989, p. 82), si potrebbe eliminare del tutto l’apostrofo: po. Per completezza, ricordo che la forma pò è attestata sin nell’italiano antico, ma come terza persona dell’indicativo presente del verbo potere: egli pò. In questo caso si tratta di una contrazione (sincope) della forma può (nella quale cade la lettera centrale). Se usata con questa accezione, potrebbe essere accolta persino oggi, anche se sarebbe connotata come forma decisamente arcaica. Va da sé che inorridisco quando esigenze di economia linguistica (risparmiare un carattere negli SMS) dettano legge e fanno sì che usi errati vengano accolti da un numero sempre crescente di neo-scriventi del terzo millennio.
Quanto al ruolo dell’insegnante, il discorso si farebbe lungo e complesso: in estrema sintesi, egli deve ergersi a paladino dell’italica lingua, senza diventare però pedante e purista. Deve insegnare a usare le parole appropriate alla situazione comunicativa d’uso e – perché no? – deve trasmettere ai suoi allievi il gusto per una lingua elegante e insieme creativa. Non può arrogarsi il diritto di epurare la lingua dalle forme che non gli piacciono, ma può far capire che alcune parole sono più belle di altre. E lo può fare solo se ama la sua lingua e i suoi allievi, al di là delle norme grammaticali, dei tronisti e dei vocabolari.
Il sugo del discorso è che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio: la lingua italiana è cosa meravigliosamente complessa, e va considerata in tutte le sue possibili sfaccettature. Rallegriamoci ed esultiamo, perché si tratta di una lingua viva, espressiva e che non smetterà mai di stupirci. Ben vengano i neologismi, siano essi destinati a lunga vita o a un breve ed effimero palpito destinato a non lasciare traccia del suo transito terreno. Preoccupiamoci semmai, non per essere puristi ma per un po’ di sano buon gusto e amor patrio, dell’uso di parole straniere quando sono presenti le medesime parole nella lingua nostra(na). Ma è argomento per altri “post” (ahi, cosa ho fatto!).
Soprattutto, vuole mettere in guardia dagli atteggiamenti puristici di chi crede che la nostra lingua sia un blocco monolitico da conservare nella sua assoluta purezza: si tratta dei cosiddetti "neo-cruscanti" (neo-crusc), che si ergono a paladini dell'italiano senza averne capito a fondo la natura. Una natura fatta di contraddizioni, di norme che vanno a braccetto con le eccezioni, e che costruiscono con esse uno scheletro sbilenco ma ugualmente affascinante.
De Benedetti, da buon linguista, spiega e descrive la lingua in tutti i suoi risvolti, mostrando in modo al tempo stesso rigoroso e divertente che non si può pretendere di bloccarne l'evoluzione e di smantellare l'impero dell'uso, il vero fattore che ne regola la vita stessa.
In questo senso si inseriscono le riflessioni sull'assurdità di alcune prescrizioni che docenti e scuola hanno cercato di tramandare nei decenni, ignorando che la lingua funziona in un altro modo: a titolo di esempio, cito l'idiosincrasia per le ripetizioni, spesso segnate con la matita blu da troppo zelanti maestri; oppure l'atavico terrore per le dislocazioni sintattiche, in realtà cifra dell'italiano parlato e a volte - legittimamente - anche scritto; o ancora il divieto assoluto di usare le congiunzioni "e" e "ma" a inizio frase, dopo il punto. E si potrebbe continuare (da notare in quale modo ho iniziato quest'ultima frase).
Si tratta, in definitiva, di un libro che ogni docente dovrebbe leggere. Dalle sue pagine è possibile trarre spunti, riflessioni, idee per parlare in classe in modo un po' diverso dal solito della nostra cara, vecchia grammatica, svecchiandola appunto un po' (alla faccia delle ripetizioni). Assai significativo, a questo riguardo, il bel capitolo sull'analisi logica insegnata secondo la pista valenziale (la stessa che cerco di illustrare nei miei corsi di formazione per insegnanti).
Un'ultima nota: il libro si giova di un "padre spirituale" del calibro di Luca Serianni: garanzia di rigore e qualità.