martedì 5 maggio 2009

La guerra contro i mulini a vento dei neo-crusc

Inauguro oggi una nuova serie di articoli del blog: le recensioni di libri. Oltre a essere un modo per proporre qualche riflessione intorno al vastissimo tema della lettura, è una strategia per mantenere vivo il blog, o per evitare che si spenga lentamente. Le recensioni qui pubblicate si trovano anche nella mia pagina di aNobii.

Andrea De Benedetti, Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 190.

Una lettura piacevole, un libro scritto con rigore scientifico e competenza da un linguista che vuole mettere in risalto le contraddizioni della grammatica dell'italiano.

Soprattutto, vuole mettere in guardia dagli atteggiamenti puristici di chi crede che la nostra lingua sia un blocco monolitico da conservare nella sua assoluta purezza: si tratta dei cosiddetti "neo-cruscanti" (neo-crusc), che si ergono a paladini dell'italiano senza averne capito a fondo la natura. Una natura fatta di contraddizioni, di norme che vanno a braccetto con le eccezioni, e che costruiscono con esse uno scheletro sbilenco ma ugualmente affascinante.

De Benedetti, da buon linguista, spiega e descrive la lingua in tutti i suoi risvolti, mostrando in modo al tempo stesso rigoroso e divertente che non si può pretendere di bloccarne l'evoluzione e di smantellare l'impero dell'uso, il vero fattore che ne regola la vita stessa.

In questo senso si inseriscono le riflessioni sull'assurdità di alcune prescrizioni che docenti e scuola hanno cercato di tramandare nei decenni, ignorando che la lingua funziona in un altro modo: a titolo di esempio, cito l'idiosincrasia per le ripetizioni, spesso segnate con la matita blu da troppo zelanti maestri; oppure l'atavico terrore per le dislocazioni sintattiche, in realtà cifra dell'italiano parlato e a volte - legittimamente - anche scritto; o ancora il divieto assoluto di usare le congiunzioni "e" e "ma" a inizio frase, dopo il punto. E si potrebbe continuare (da notare in quale modo ho iniziato quest'ultima frase).

Si tratta, in definitiva, di un libro che ogni docente dovrebbe leggere. Dalle sue pagine è possibile trarre spunti, riflessioni, idee per parlare in classe in modo un po' diverso dal solito della nostra cara, vecchia grammatica, svecchiandola appunto un po' (alla faccia delle ripetizioni). Assai significativo, a questo riguardo, il bel capitolo sull'analisi logica insegnata secondo la pista valenziale (la stessa che cerco di illustrare nei miei corsi di formazione per insegnanti).

Un'ultima nota: il libro si giova di un "padre spirituale" del calibro di Luca Serianni: garanzia di rigore e qualità.

domenica 26 ottobre 2008

L'eleganza della grammatica

“Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!”, “Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”. Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Penso che non ci sia niente di più bello, per esempio, del concetto base della lingua, e cioè che esistono i sostantivi e i verbi. Con questo avete in mano il cuore di qualunque enunciato. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi... Forse bisogna collocarsi in uno stato di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fatta la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. Per me le lezioni di grammatica sono sempre state sintesi a posteriori e, al limite, precisazioni terminologiche. Mi chiedo se sia possibile, attraverso la grammatica, insegnare a parlare e a scrivere bene a bambini che non hanno avuto l’illuminazione che ho avuto io. Mistero.”

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio (2006)

domenica 12 ottobre 2008

Neologismi e "tronismi" grammaticali


Grazie allo spunto di un “anonimo” lettore del blog, mi soffermo su alcune interessanti questioni linguistico-grammaticali, che meriterebbero comunque ulteriori approfondimenti. In primo luogo, i neologismi: è vero che molti di essi sono orribili e che vanno cassati dal vocabolario dell’italiano? Il compito del linguista è quello di descrivere ciò che esiste, ciò che potrebbe esistere e anche ciò che non può e non potrà mai esistere nella lingua italiana. Il buon linguista non dovrebbe mai esprimere giudizi di valore su una o su un’altra parola: deve analizzare tutto ciò che fa parte del mondo-lingua e spiegare perché può essere accolto o meno in esso.


I neologismi citati dall’anonimo lettore (sono sempre un po’ a disagio a interloquire con gli anonimi, perché uno scambio dialogico senza un volto verso il quale rivolgersi è qualcosa di inquietantemente artificioso), come tronista e sissino, sono costruiti secondo le regole della morfologia derivazionale dell’italiano: i suffissi -ista e -ino sono da tempo immemore alla base della formazione di innumerevoli vocaboli (mediante il meccanismo della suffissazione, ad esempio per piastrellista, pianista, slalomista, ciclista, cestista, leghista, fascista e ciellino, secondino, postino, libertino, sessantottino, missino e persino comodino), dunque sono perfettamente accettabili. Il linguista si dovrebbe fermare qui. Di conseguenza, se i suddetti vocaboli sono usati dai parlanti o dagli scriventi italiani, fanno (o entreranno presto a far) parte del vocabolario dell’uso; quindi, è normale e giusto che vengano (o verranno) registrati dai vari Zingarelli, De Mauro, Devoto-Oli, ecc. per il semplice motivo che questo è il compito di questi preziosi strumenti di consultazione (cartacea o elettronica): descrivere la lingua d’uso, in una data epoca e in una data lingua. Inutile, quindi, scandalizzarsi: possono non piacere, ma ci sono e seguono le norme della grammatica dell’italiano. Assai pericoloso, dal punto di vista etico, giudicare una persona per il solo fatto che li usa. Il tempo è l’unico giudice che sancirà l’obsolescenza del termine, la sua prematura scomparsa, oppure la sua persistenza e duratura vita nei secoli (molti neologismi compaiono nei dizionari dell’uso, per poi scomparire presto nelle edizioni seguenti). Detto ciò, se smetto i panni del linguista e del grammatico, e indosso quelli del formatore o anche del genitore, non posso che augurarmi che il tronista abbia vita breve (non solo il lemma, ma la specie di individuo mediatico che esso designa – non l’individuo in carne e ossa, intendiamoci), così come il gieffino, ma per motivi essenzialmente educativi e morali, non tanto linguistici; analogamente, mi auguro che il sissino sopravviva, per una questione anch’essa etica e formativa, e nonostante i piani del Ministro Gelmini.

Ben diverso è il caso di con l’accento. Usata al posto del corretto po’, non è una forma grammaticale, poiché non rispetta le norme condivise dell’ortografia dell’italiano: si tratta di apocope sillabica di poco (in parole povere: poco che ha perso una sillaba), e in questo caso l’apocope viene indicata con il segno dell’apostrofo. I altri casi non viene proprio indicata (qual è). Indicarla con l’accento non è dunque accettabile, anche se così viene scritto da molti. Per questo non entrerà mai nella lingua italiana: nessun grammatico le conferirà la cittadinanza onoraria nella nostra lingua. Al limite, e analogamente a forme come qual è, come prospetta Serianni nella sua Grammatica (Torino, Utet, 1989, p. 82), si potrebbe eliminare del tutto l’apostrofo: po. Per completezza, ricordo che la forma è attestata sin nell’italiano antico, ma come terza persona dell’indicativo presente del verbo potere: egli pò. In questo caso si tratta di una contrazione (sincope) della forma può (nella quale cade la lettera centrale). Se usata con questa accezione, potrebbe essere accolta persino oggi, anche se sarebbe connotata come forma decisamente arcaica. Va da sé che inorridisco quando esigenze di economia linguistica (risparmiare un carattere negli SMS) dettano legge e fanno sì che usi errati vengano accolti da un numero sempre crescente di neo-scriventi del terzo millennio.

Quanto al ruolo dell’insegnante, il discorso si farebbe lungo e complesso: in estrema sintesi, egli deve ergersi a paladino dell’italica lingua, senza diventare però pedante e purista. Deve insegnare a usare le parole appropriate alla situazione comunicativa d’uso e – perché no? – deve trasmettere ai suoi allievi il gusto per una lingua elegante e insieme creativa. Non può arrogarsi il diritto di epurare la lingua dalle forme che non gli piacciono, ma può far capire che alcune parole sono più belle di altre. E lo può fare solo se ama la sua lingua e i suoi allievi, al di là delle norme grammaticali, dei tronisti e dei vocabolari.

Il sugo del discorso è che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio: la lingua italiana è cosa meravigliosamente complessa, e va considerata in tutte le sue possibili sfaccettature. Rallegriamoci ed esultiamo, perché si tratta di una lingua viva, espressiva e che non smetterà mai di stupirci. Ben vengano i neologismi, siano essi destinati a lunga vita o a un breve ed effimero palpito destinato a non lasciare traccia del suo transito terreno. Preoccupiamoci semmai, non per essere puristi ma per un po’ di sano buon gusto e amor patrio, dell’uso di parole straniere quando sono presenti le medesime parole nella lingua nostra(na). Ma è argomento per altri “post” (ahi, cosa ho fatto!).

lunedì 8 settembre 2008

A volte ritornano

Ancora scuola, ancora il Governo e la Scuola. Pochi giorni fa ho scritto della soppressione della SISS e delle scelte del Governo italiano in campo di formazione degli insegnanti e di istruzione; oggi torno sull'argomento per spendere qualche parola su una delle ultime proposte del ministro Gelmini: il ritorno del maestro unico nella scuola elementare. Non sono in grado di dire se sia giusto o sbagliato, anche perché sono convinto che sia la qualità dell'insegnante (e degli insegnanti) a fare la differenza, sia che egli debba lavorare da solo, sia che egli debba collaborare con altri. Conosco bene la realtà di una scuola elementare, quella ticinese, che prosegue e persegue con ottimi risultati la politica del maestro unico. La questione che mi assilla è piuttosto questa: non ci sarà un'analogia tra le motivazioni da me ipotizzate riguardo alla soppressione della SISS e la reintroduzione del maestro unico? Detto in soldoni, non ci saranno esigenze meramente economiche dietro quest'ultimo intervento in campo scolastico? La domanda - opinione personalissima - è retorica. Dunque ci risiamo: i principi pedagogico-didattici passano in secondo piano e solo la vile moneta decide le sorti dei nostri bambini? (per approfondimenti, cfr. la sezione "Scuola & Giovani" di «Repubblica»).

Ho sentito dire che la scuola elementare italiana è, per qualità, una delle migliori in Europa. Non so se è vero, ma non faccio fatica a crederlo, perché sono sicuro che i nostri maestri siano bravi e molto ben preparati. Non si correrà dunque il rischio di compromettere qualcosa che sembra funzionare davvero? Non temo - e scusate se mi ripeto - le conseguenze del ritorno al maestro unico (che poi unico davvero non sarà, visto che potrà comunque continuare a essere affiancato dall'insegnante di inglese, di religione e dal sostegno pedagogico), ma mi preoccupa un cambiamento che non vedo sorretto da motivazioni solide. Sì, il ministro dice che «è un'esigenza pedagogica. Il bambino, soprattutto nei primi anni di scuola, ha bisogno di una figura di riferimento. Il maestro guarda alla formazione del bambino, mentre lo specialista di una disciplina guarda alla sua materia» (vedi fonte della citazione). Come dire che oggi i nostri maestri "disciplinaristi" non sono più delle figure di riferimento, e come dire che chi ha deciso di introdurre il team di maestri - in un passato non tanto lontano - era un incompetente. Forse bisognerebbe andare più a fondo, analizzare i dati per capire se davvero la scuola elementare sta male e fino a che punto. Odio le frasi troppo generiche, che sconfinano nel luogo comune.

Mi preoccupa anche un altro fatto, che forse è ingiustificato: mi stupisce la scelta di aver messo alla guida di un ministero così importante una persona tanto giovane. Per quanto preparata e competente, avrà avuto modo di conoscere così a fondo la scuola italiana e la sua storia? La sua conoscenza della pedagogia sarà davvero così solida? Vedo dal suo curriculum che è laureata in Giurisprudenza e ha fatto tante altre belle cose, ma di interessi scolastici, didattici e pedagogici non vedo traccia. Resto basito. Che abbia ragione Bossi (per una volta)?

Insomma, queste righe sono piene di interrogativi. Credo che sia comprensibile: in questo momento, infatti, sulla scuola italiana aleggiano stormi di dubbi e brillano poche certezze.

giovedì 21 agosto 2008

Sei laureato? Vuoi insegnare? Scordatelo, da noi (per ora) non lo puoi fare!

Per iniziare, ecco il testo del Disegno di legge appena approvato dalla Camera dei Deputati che sospende l'avvio dei corsi delle Scuole di Specializzazione per la formazione degli insegnanti del settore secondario (SISS):
4-ter. Le procedure per l’accesso alle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario attivate presso le università sono sospese per l’anno accademico 2008-2009 e fino al completamento degli adempimenti di cui alle lettere a) ed e) del comma 4.
In altre parole, ciò significa che per l'anno accademico entrante i giovani laureati italiani che hanno intenzione di diventare insegnanti non lo potranno fare, perché non esisteranno più le scuole dove poter ottenere l'abilitazione. Almeno, non per il momento. Coloro i quali hanno iniziato le SISS l'anno passato potranno portare a termine il II anno e ottenere l'abilitazione, ma un nuovo primo anno non partirà.

Sarà questa la soluzione ai problemi della scuola italiana? Difficile rispondere, anche perché è evidente che qualcosa andava fatto. La scelta, però, appare ampiamente discutibile, e mina forse irreparabilmente la credibilità di una Scuola (quella di specializzazione, appunto) che già viveva su precari equilibri ed era oggetto di critiche (molto spesso giustificate) provenienti da più direzioni. Per non dire di quali effetti essa possa avere sulla credibilità dell'istituzione scolastica in senso lato. Se la formazione degli insegnanti fosse stata una questione a cuore di tutti, probabilmente non si sarebbe arrivati a una soluzione di questo tipo.

Cerco di capire, ma non ci riesco. Il problema di fondo pare essere la mancanza di fondi (scusate il gioco di parole): per questo si affonda! Nei prossimi anni molti docenti del secondario andranno in pensione. Viene naturale pensare che questi vadano sostituiti dalle nuove leve, uscite dalle SISS. Niente affatto: non ci sono i soldi per pagarle. Dunque, il numero di docenti deve diminuire. Soluzione: tagliamo il problema alla radice, cioè impediamo ai giovani di abilitarsi. Una barzelletta? Una interpretazione idiota, che mi è sbucata nel cervello dopo aver battuto il cranio salendo le scale di casa? Me lo auguro con tutto il cuore, ma ho il timore che più di un filo di verità ci sia (e non ricordo nemmeno di averlo battuto, il cranio). Come dire: sei un promettente calciatore? Hai talento? Le squadre, però, non hanno i soldi per pagarti (succederà presto anche questo)? Allora ti tagliamo una gamba, così puoi dedicarti ad altro, con il cuore in pace. Forse non è il caso d scherzare, ma ridere (istericamente) a volte è un buon rimedio all'incredulità dell'assurdo. Dunque aspettiamo fiduciosi che il Governo partorisca un altro topolino: magari una nuova procedura che permetta ai bravi laureati di inseguire il loro sogno: nuovi concorsi? prove di assunzione? esami di abilitazione senza formazione preventiva? tutto va bene, purché qualcosa si faccia.

La cosa che dà più fastidio è che un giovane laureato, ma anche un neo abilitato sissino, da tutto ciò potrebbe legittimamente pensare di essere preso in giro. Da chi o da che cosa, meglio non sapere. Ebbene, egli ha tutta la mia solidarietà. Come (ex?) docente SISS, ho anch'io l'impressione che ci sia sotto qualcosa di tremendamente marcio, putrescente, fetido, per non dire di peggio. Se la formazione degli insegnanti è una necessità, perché trattarla così? Io vorrei proprio credere che le SISS siano state create per esigenze formative reali, per rispondere a principi pedagogici di alto spessore, per migliorare la qualità della vita dei nostri ragazzi, che meritano di essere educati da persone competenti, sensibili e preparate. Di fronte a tutto ciò, la mia voglia di credere subisce dei colpi tremendi, vacilla e rischia di cadere, di trasformarsi in mera illusione. Non vorrei mai arrivare a pensare che dietro la formazione degli insegnanti italiani vi siano solo interessi politici ed economici. E poi ci sono dei tarli che mi rodono le pareti interne del cranio e che ogni tanto fanno capolino, come questo, che dice: "Lo sai che i docenti italiani che entrano in servizio sono i più vecchi d'Europa? lo sai che iniziano a lavorare tardi, ma molto tardi? lo sai che lo Stato non ha più fondi (o fondo)? sei capace di fare due più due?". Presto, datemi una dose di liquido antitarlo! Come si può ascoltare baggianate tanto colossali?

Aspetto, come molti altri, risposte. Di certo la SISS andava riformata, aggiustata, resa più coerente con le esigenze dei giovani desiderosi di insegnare. Troppo spesso essa si è rivelata un doppione dell'Università, poco utile alla crescita formativa di un futuro docente. Ma qualcosa di buono ha fatto, grazie agli sforzi di chi ha cercato di muoversi proprio in quella direzione, combattendo contro la legittima diffidenza di chi la frequenta e l'ha frequentata senza capirne il perché. In realtà, di motivi validi ce ne sono tanti: si trovano nella pedagogia come nella didattica. Non tutti però hanno avuto il coreggio di affrontarli, di discuterli e di sostenerli.

E ora, per risolvere il problema, la SISS è stata momentaneamente uccisa. Come un malato con un morbo per il quale non si trova la cura: ammazziamolo, che problema c'è?

venerdì 15 agosto 2008

Il funambolo della parola

Da una recente lettura, senza commento:

"Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l'ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all'altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell'immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola."

Maxence Fermine, Neve (1999)

mercoledì 13 agosto 2008

Errore o scelta stilistica? Sulla trascuratezza della lingua di Internet

Partiamo da una verità lapalissiana: un errore di ortografia è sempre e comunque un errore. Sembra banale, come inizio, ma non lo è. Nell'era di Internet, pare che l'ortografia (e limito le mie considerazioni alla lingua italiana, ma anche gli amici francesi ne sanno qualcosa) sia un'entità ingombrante quanto bistrattata, forse sconosciuta ai più. Bazzicando per forum, chat, siti e tanto altro ancora, ci si imbatte in una quantità di orrori (non è un lapsus) linguistici impressionante.

Non ci credete?

Provate a fare un rapido calcolo statistico: consultate un forum di discussione o introducetevi in una chat e state a vedere. Quanti sono gli utenti che scrivono po' e quanti quelli che scrivono ?

Se le cose non sono cambiate nel breve volgere della lettura di questo messaggio, prevalgono i secondi, senza dubbio. Cioè prevalgono gli utenti che, per scelta o per noncuranza, commettono un errore ortografico. Per scelta? No, non credo proprio. Nel caso specifico di po', l'unico motivo per cui uno scrivente potrebbe scegliere di mettere un accento al posto dell'apostrofo è di natura economica: per risparmiare spazio (un carattere) e fatica (quella che ci vuole a premere il dito sul tasto corrispondente all'apostrofo). In questo modo, però, si dà via libera alla trascuratezza linguistica (ma sarà solo linguistica?). La cura formale del discorso richiede fatica, è vero, ma mi sia lecito ricordare che quasi tutte le cose belle ne richiedono tanta. E alla fine la fatica ripaga, in termini di qualità (della lingua, come della vita).

Forse anche da queste piccole cose (un apostrofo al posto di un accento) passa l'educazione delle nuove generazioni, alle quali dobbiamo insegnare che il T9 che li aiuta a scrivere veloci sul telefonino non è il migliore degli insegnanti possibili (così come non lo è il correttore automatico dei programmi di videoscrittura), perché è ottuso come pochi, scansafatiche come pochissimi, e non stimola la riflessione metalinguistica, che è uno dei motori della crescita del nostro cervello.

Sulla lingua di Internet, sulla sua trascuratezza e sulle scelte stilistiche c'è molto altro da dire. Per ora, questo "post" (parola che scrivo con la punta delle dita e un po' di disgusto), sia solo un assaggio.